le superviste de i figli belli

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domenica, 04 febbraio 2007

l'editore


Dici del cuore, il famigerato muscolo infame, ma tutto nacque da un gesto (in questo il cuore-motore c'entra senz'altro qualcosa) ma forse lo intendi come il cuore di carciofo che è certamente più centrale rispetto al cuore umano e spetalando non s'incontra la tenace opposizione della cassa toracica, sua gabbia (del cuore); che si penserebbe: perché in gabbia, se non ha commesso qualcosa di mostruoso (o soltanto rubato una mela)? Poi dici: senso ultimo (intimo e vero). Qui ti rispondo col senso del penultimo, prendendolo da Beckett (Trilogia), e non te lo spiego perché credo sia meglio porlo come enigma: si fa scavare come un sito archeologico per rivelarsi lindo e brillante come cosa appena sfornata. E le spinte. Ti dicevo del gesto: dovevo stampare dei testi per un'amica, la quale li avrebbe girati a un amico; mi venne l'idea di stamparli in formato A5 (detto opuscolo) e su entrambe le facciate del foglio, poi vidi una cartellina e ve li spillai sopra, poi ritagliai la cartellina che così diventò una copertina, poi v'incollai una figura (l'orinatoio di duchamp, mi pare) e col pennarello scrissi il titolo; guardai e mi dissi: cazzo! (proprio così) cazzo, ma questo è l'editoria! e subito dopo: sarò editore! Quindi, vedi, propabile che il cuore c'entri solo perché s'infila dappertutto. Poi, chiaro che in me esiste un senso che lega tutti gli autori (a me e tra sé). Per ora ti dico soltanto che è come se li ritrovassi dopo averli smarriti: parti di me; parlo di vite passate e future.


Caspita! Cinque domande tutte assieme... vado per ordine e ti "quoto" (era tanto tempo che non scrivevo più questa parola - non quotavo - niente borsa valori)

Mah, tra le attività molte mi sono piacevoli e che quindi aumentano la mia energia piuttosto che diminuirla. "Fare" i libri mi piace, dalla ricerca
dell'autore alla formattazione, dalla stampa alla copertina (qui, in
particolare, mi piace incollare la figura sul cartoncino e lavorarci coi
colori coi pennarelli eccetera). Altre cose invece mi sono pesanti, anzi una sola cosa: dover dire: no. Possono passare mesi prima che dica no ai rari che, propostisi, non mi convincono, perché penso: la loro volontà di essere figli belli mi è sacra, quindi non posso usare le formule classiche delle case editrici, quelle lettere che dall'odore tu capisci che non l'hanno proprio letto. Io me li leggo, non mi convinco, poi aspetto l'illuminazione che da mia si muova a loro. E può passare del tempo, nel quale ci penso spesso e so che più ci penso meno l'illuminazione arriva. Questo mi toglie energia. Ma nel complesso prendo più di quello che do fisicamente. Il momento in cui apparecchio la tavola con la spillatrice, la colla, le cartelline, le pagine appena stampate, ecco, quel momento proprio mi gusta.
Ah, ma devo rispondere: per ora non sento mancarmi la forza.

Guarda, sono tante, ma la principale è che farlo mi fa vivere bene. (Sono
breve, ho risposto prima).

Direi: nessuna. Nel senso che non ho aspettative. Semplicemente mi piace dare la dignità della carta a tutti quegli autori, me compreso, la cui
originalità è trabocchevole. E per esempio non me ne importa nulla se il
libro non è perfetto (parlo delle cadute, ma le cadute sono anche in
shakespeare, per esempio se leggi bene i sonetti). perché penso che quella fiamma che scalda me e mi illumina farà lo stesso effetto. Anzi, se devo essere sincero, preferisco scritture quasi noncuranti. Questo mi appaga? Non so. Non perdo tempo a pensarci.

Sai cosa penso? Penso che sia un bel gesto. Dal futuro non m'aspetto niente di meno: il futuro è questo prossimo istante che mentre lo scrivevo era già passato e mi piaceva come il precedente. Almeno credo.

Di alcuni conoscevo le gesta da tempo. Te, per esempio, ti conosco dal 1998. Ti ricordi, sconfitti? E m'era piaciuto leggerti e non me n'ero mai
dimenticato. Di altri mi sono innamorato leggendoli su siti di scrittura. Mi
piace andare a caccia di amori. Magari sto mesi a leggere, poi mi faccio
coraggio e avvio una conoscenza, una corrispondenza, un parlarci intorno.
Infine propongo, quando sono sicuro che in qualche modo gli/le piaccia
l'idea. In fondo: non offro nemmeno la protezione dei testi da eventuali
ladri di parole; non si guadagna nulla in termini di denaro; la
distribuzione, non parliamo della distribuzione (50 copie è già un
bestseller). Chiaro che per me è tanto, tutto questo non offrire è un gran
dono. Dici poco: star fuori, a lato, incuranti, dai clonatori letterari,
dagli editors? Una volta un mio amico editore mi ha chiesto: ma tu come li guidi? (alludeva agli autori, a fargli realizzare un buon lavoro
editorialmente parlando). Gli risposi: e chi li guida! Capito? C'è questo (e
è un paradosso): il mercato librario si rinfranca coi sussulti, che sono dei
successi inaspettati e, se sono inaspettati, vuol dire che il contenuto
usciva fuori dalla logica del target, ma al tempo stesso, lavorando a
clonare successi, tende a distruggere ciò che si discosta troppo. Secondo me è molto meglio, una volta individuato lo scrittore, dirgli: fa come ti pare, osa. E così faccio, a meno che non mi venga chiesto consiglio. Credo d'essermi dilungato.

Sì, ne ho avute. Colpa mia, perché avevo delle aspettative. C'era un tal
poeta di cui non farò il nome che per anni m'ha tenuto legato alla promessa di pubblicarmi un libro presso una casa nota editrice con cui aveva rapporti molto stretti (dirigeva collane, era un gioielliere surrealista). Nel frattempo gli davo pezzi che poi lui usava per guadagno personale (doveva pur vivere, io invece lavoravo e lavoro), gli preparavo antologie, trascrivevo al computer interi libri (per fortuna i suoi son sempre stati brevi e con molti a capo). Poi mi stancai. C'era questo sottobosco editoriale che lasciava intuire com'era fatto il bosco, dentro, nel fitto. A lui devo comunque l'aver scritto, perché lesse più volte i miei due primi racconti (ti parlo di dieci anni fa, circa) e mi telefonò come si telefona a uno che ti sembra un genio. Gli piacevo. Paragonò la mia, citando san paolo, alla lingua degli angeli. E così scrissi anche perché gli piacevo e lui all'epoca secerneva ottime poesie. Ma mi stancai. Non gli porto rancore.

Non personalmente, e invece bisognerebbe per riconoscerli appassionati. Ma conosco degli editori che appassionati furono e sembrano.Poi ne conosco uno che fu sommerso dai debiti. Esercita ancora, ma senza proprietà.

Penso a G.B. Marino. Cioè: se vuoi la libertà (che poi bisognerebbe
discuterne di questo astratto chiamato libertà) (ma comunque accordiamoci che sappiamo cosa libertà sia e non se ne parli più) - se la vuoi, te la devi prendere tra le righe, mettere trappole testuali qua e là. Gli editors sentono la puzza della libertà espressiva. Allora ti racconto perché "Il fidanzato di Picasso" non uscì (considera che era stato annunciato su "la stampa"): praticamente ci voleva del sesso (tra maschi). Ossia: non ebbi la libertà (abbiamo sempre quel famoso accordo) di lasciarlo intuire. Sicché mi rifiutai e persi un amico.

T'ho detto: se richiesto, un parere lo do. Poi, ci sono autori con cui parlo
spessissimo e si cresce assieme. Ma credo che qualsiasi scrittore,
rileggendosi, se non addirittura mentre scrive, sia in grado di capire i
tagli da fare. Ha a che fare con l'intuizione, la quale opera in ogni
frangente della vita. Ora ti metto a parte di un'acquisizione recente. Sere
fa presentavo in un locale delle drag queens. Parlavo al microfono e sul
palco non c'erano casse spia, sicché sentivo una voce lontana che sembrava la mia ma non riconoscevo. E pensai: ecco, così è quando la voce (a quel punto già: la figura della voce) va lontano, non la riconosci più. E compresi che per farla sentire a suo agio nelle lontananze (gli sconosciuti lettori) avrei dovuto toglierle tutto quello che ci metto per confidenza tra me e me, tutte le cose che scrivo per risentirle e goderne, perché se lei (la voce) è lontana, non mi ha di conforto. Ma è una considerazione allo stato nascente, non te la so raccontare meglio di così. Era per concludere il pensiero sull'autocritica: uno scrittore sa cosa è e cosa non è scrittura, lo sa da sé. Da un amico cui chiedevo di segnalarmi le brutture di un mio testo ricevetti la seguente beltà: le cose brutte... beh, non mettercele.

Ho avuto, anche in questi giorni, la tentazione di pentirmi. Ma quando
capita mi dico, con Stendhal mi dico: se trovo stupida a distanza di anni
una frase che ho scritto, sono stupido adesso, non quando la scrissi. I
figli belli io li scrivo (e trovo che siano un bel romanzo, a partire dal
titolo).

No, non penso alla dignità (ma adesso che me l'hai detto non farò che
pensarci). Un po' dipende dal mio carattere: non so dire di no. Ma ho dovuto imparare. Solo, mi prendo il carico del rifiuto, la fatica di trasformarlo, in me, prima che arrivi a destinazione, in un'opportunità anziché un fallimento. Del resto, è doveroso, quindi mi sa che in fondo alla dignità di chi scrive ci penso. Comunque, vuoi sapere qual'è il mio criterio? Mi metterei a stamparlo prepararlo eccetera?, mi chiedo. Se mi rispondo di no, si innesca il meccanismo. Ma riguardo ai 'sì', mica ne ho detti molti, piuttosto sono gli autori che m'hanno detto sì. A volte m'hanno suggerito altri e ho detto sia no che sì, ma dire no a loro, agli interposti, è molto più semplice, benché motivato, ma non c'impiego tanta emotività. Anche i miei no sono stati pochi, perché mi arrivano poche cose.

A questa domanda risponderò parzialmente. Ti dirò, anzi proverò a dirti come LI riconosco. (Non puoi mettermi di fronte alla famigerata scelta di
Sophie). La sorpresa: leggendo non capisco da dove estraggano quelle (cazzo di) frasi, oppure le figure che si formano, o proprio delle cose dette (semantica) cui non avrei mai pensato e quindi grazie a loro mi si apre un mondo. La leggerezza con cui si mettono in gioco, si denudano (e qui penso sempre a una claudia cardinale che dice: nuda sono!) e quindi scatenano, anziché voyerismo, connessioni inedite, quasi delle pornostar in vena di revisioni del kamasutra, insomma. La fluidità, per cui mi immagino che la loro sintassi sia vicinissima alla sintassi interiore, ossia il modo in cui de-scrivono vicino al modo in cui osservano, senza star troppo a cincischiare. Un certa qual burbera ruvidità che non è disprezzo del lettore ma totale assorbimento nella propria cosa. Ma questi criteri li sto sviluppando per risponderti. Di fatto, se m'appare la figura del monello con le ginocchia sporche e sbucciate allora capisco che c'è; come scrittore, intendo. Sarebbe la consapevolezza, perché contemporaneamente io so che anche lui/lei lo sa. Anzi guarda, ti voglio rispondere. Ho capito in questo momento che il mio preferito sono io. La mia risposta è: sono io il mio preferito. C'è qualche uomo al mondo che risponderebbe diversamente?

Viene da una conversazione di diversi anni fa. Ci auguravamo, io e il mio
amico, di un giorno pubblicarci i libri per conto nostro. E lui, come
sempre, si scaldò e disse: i figli belli, perché mazze e panelle fanno i
figli belli. Quindi il nome è suo e davvero lo voglio onorare. E' suo, e
quando mesi fa gliel'ho rammentato, cadeva dalle nuvole, che sono il suo luogo prediletto. Come dire: non ho inventato niente: la cosa era nell'aria.

Praticamente solo panelle, anche se ero io a rappresentare le mazze. Ma lì era solo una questione di assonanze coi nostri nomi. Quindi le proprietà di queste mazze e panelle associative vanno ricercate nelle personalità di noi due che eravamo lì a discutere-fantasticare. In questo senso hanno avuto tante mazze più le panelle contenute in me attraverso lui, di cui non so specificare quantità né qualità.


Non credo che nel mio caso si possa fare distinzione tra letterario e umano. Quindi la fiducia è totale.

No. Ma è proprio la delusione in generale a mancarmi attualmente. Non ho aspettative quindi non ho delusioni. Poi magari domani qualcosa mi deluderà e così scoprirò d'aver avuto un'aspettativa. In un certo senso mi pare auspicabile, terreno.

L'editore ruba tempo allo scrittore. Così ogni tanto scrivo poesie.
Richiedono meno tempo. Ma tre o quattro ore di seguito per seguire un filo di prosa è da un po' che non le trovo. Però, te l'ho detto prima, i figli
belli è un romanzo, quindi è lo scrittore che domina l'editore. Poi c'è lo
scrittore che vorrebbe vedere qualcosa scritto di suo pugno che ogni tanto si lamenta, ma lo metto presto a tacere. Sono cosciente che non mi rifiuterò di dargli spazio (e tempo) quando gli verrà in mente un testo imperdibile, di esistenza necessaria. Poi, ci sono numerose altre cose che rubano tempo all'uno e all'altro.

Eh sì, un po' m'appassiono. Nelle superviste mi capita di andare a cercare questi fatti privati... Certo che fa parte dell'opera, la vita. Anzi, direi che la vita è l'opera, di cui restano frammenti sulla pagina. Ma non sono, come dire, fatti riportati frammentariamente, anche se può succedere. Piuttosto: umori, schemi, visioni, tanto più sinceri (sulla persona che li ha scritti) quanto più si discostano dagli accadimenti, poiché su questi c'è un giudizio, una revisione utilitaristica (per la sopravvivenza). Poi, non è assolutamente detto che una vita scintillante porti a una scrittura scintillante, così come non è detto il contrario (l'opaco). Ti farei degli esempi perché so che ce ne sono, ma non me ne viene in mente nessuno. E' una questione di oscillazione del sismografo interiore, di come il tuo essere più antico reagisce agli stimoli esterni, come li assorbe, rivolta e rende.
In uno scrittore (volevo aggiungere vero, ma mi pare da sottintendere o,
come appunto faccio, mettere tra parentesi), nei suoi testi, tu vedi
all'opera un sé che guarda alle cose con un distacco che ha la misura delle ere, e la sua scrittura è in realtà una pre-scrittura, il frutto somigliante al lavorio segreto della vita all'opera, quel ruminare pensieri,
palleggiarli tra punti di vista, finché il sé antico (la vita umana in lui)
non si mostra sotto forma di illuminazione (o insight). E tutto questo è
percebile dal sé antico presente, e magari appena ridestato, e proprio dalla lettura, nel lettore. E' un po' complicato, forse, ma solo perché non riesco a dirlo meglio. Peccato non poterlo mostrare chiaramente come lo vedo. E la scrittura sarebbe l'equivalente dell'elettrocardiogramma di questo sé antico, che altrimenti rimarebbe ignoto.

Sai che non me ne ricordavo? Ma probabilmente fui d'accordo con lui. E anche adesso lo sono, ossia che si possa scrivere essendo felici. In fondo tutti i sutra provengono da un uomo felice.

Si scrive perché lo si deve. Come il baco fa la seta, lo scrittore fa la
scrittura. Ogni altra risposta sarebbe parziale. Tipo: si scrive perché si è
stati appassionati lettori. O, che ne so: si scrive perché si ha qualcosa da dire. Sì, sì, può essere, certo, come no. Oppure: si scrive per curarsi.
Vero, vero, ma parziale.
In realtà si è posseduti. Lo sperimento tutte le volte. Alcuni tra gli umani
hanno un ospite che gli muove la mano. Oh, non prenderla per un'apologia della scrittura automatica. Ma fai conto che leggi Shakespeare e si smuove qualcosa in te che t'incendia e devi devi devi prendere la penna e scrivere.
O Omero, o Riccardo, o Amilga, o Rosamaria, o Alessandro, o Fabrizio, o Francesco, o Rossella, o Vincenzo, o Fabrizio, o Antonio, o Salvatore Pietro,
o Giulio, o Gian Marco e spero proprio d'aver dimenticato solo me (che mi penso anche troppo), immagina questo: ti possiede un posseduto, e già era  in te e non aspettavi altro. Siamo fatti di parole e, raggiunti da parole, diventiamo orgia di parole. Curioso che invece il mondo dia l'impressione d'essere preregistrato.


Sì, il lavoro me ne ruba, mi ruba dalle sei alle otto ore ogni giorno. Ma mi
retribuisce per tanto furto.

Alle volte sì, ma solo quando mi restano indietro dei lavori. Per ora le
cose si incastrano magnificamente. E ti dirò che sono abbastanza pronto a tempi meno accomodanti. All'inizio m'ero detto: tu, Mauro, non seguirai i ritmi forsennati del mercato, i figli belli si radicheranno in lentezza e
tenacia.

Non è escluso, e comunque non del tutto. Sono aperto a tutto. Se capiterà di stampare nelle tipografie e distribuire nelle librerie (che è quanto diversi autori auspicano - e voglio il loro bene) mi manterrò il gusto di farne un tot a mano. Questo è quello che penso quando ci penso. Ma per lo più non penso.

Accoglienza calorosa ovunque, in tutte le occasioni pubbliche. In queste
includo anche tutte le volte che ne parlo a qualcuno che non sa ancora
nulla, o quando mi trovo da qualche parte con gente e tiro fuori un libro e
comincio a leggere a voce alta. Tutti dicono: oh, ma che bella cosa! E' che la lingua mi diventa dolce quando ne parlo e quindi mi ritorna la dolcezza.

Eh, non so bene quanto sia conosciuto. Però mandammo una serie completa
all'unica libreria italiana d'olanda. E lei, Marina Warners (la cito,
benemerita), l'aveva saputo da un articolo apparso su una rivista digitale.
Però, ti dico, mi piace pensare a una diffusione per passaparola, un
bell'allagamento lento lento inesorabile.

Sul futuro t'ho già risposto. Ti faccio un esempio, così entro meglio nel
dettaglio. Mesi fa ebbi la visione di figlibelli tradotti in altre lingue, e
seppi che questo sarebbe accaduto, un giorno o l'altro. Ossia: un futuro che era già concreto nella visione, benché non ancora realizzato nei fatti. Ma l'immaginabile è già reale. O no?

Sì, molti figli belli vengono dalla (li ho letti lì la prima volta) rete,
nei siti di scrittura. Quindi fanno parte di questo mondo, ma ne emergono
(balene che affiorano) (questa cosa della balena è particolarmente indicata per Alessandro). Ma altrettanti, tu per esempio, no. Ti potrei rispondere semplicemente così: ifiglibelli crea il suo ambito.

Eh, bel problema, praticamente m'hai chiesto tutto tu... Vediamo... ma non è per noia che te l'ho detto... comunque... in pratica devo farmi una domanda da solo e poi rispondermi.... ma sai che questa tua è proprio una domanda velenosa? Ecco, ce l'ho: conosci il numero delle copie diffuse per singolo autore? Risposta: certo che no. Tempo fa tentai di costruire un file excel dove addirittura le somme venivano automatiche, ma ho dimenticato in che cartella è. Quando un autore mi fa questa domanda, in genere rispondo 30, 40, 50 (il che è verosimile e al ribasso). L'anno prossimo dirò 60, 70.
Insomma, credo d'aver bisogno d'aiuto per queste faccende di contabilità.
postato da: cassiodorov alle ore 19:49 | link | commenti
categorie: leditore